Low Cost, Sharing Economy, Social Business, Kilometrozero, Mercatino dell’usato e Cassettina Bio: le persone non hanno più voglia di comprare cose di cui non hanno bisogno, spendendo denaro che non hanno per fare impressione a “vicini di casa” di cui non gli importa.

Non è più tempo di fare le cose meglio ma è tempo di fare cose migliori. Le marche devono farsi “attori sociali” per comprendere dove le persone stanno andando e comprendere cosa si deve fare per far si che decidano di portarle con loro. E avere il coraggio di sovvertire lo status quo, cambiando le regole del mercato quando queste non sono più [o forse non sono mai state] sostenibili.

Riuscire a prolungare la vita degli oggetti, degli abiti, dei mobili riadattandoli ai cambiamenti della nostra esistenza, permette di mettere in campo nuova creatività ed energia positiva oltre a rendere personale, unico e speciale quello che ci circonda.

Il mercato dei jeans è uno di questi. Mentre in passato la produzione di cotone era concentrata negli Stati Uniti nel tempo si è progressivamente delocalizzata verso paesi in via di sviluppo, il costo medio di un paio di jeans si è progressivamente ridotto e noi ci siamo fatti l’idea che il denim sia un materiale povero, ignorando l’elevato costo umano e ambientale della sua produzione. La principale ragione per delocalizzare le produzioni nei paesi in via di sviluppo è la possibilità, per le aziende produttrici, di muoversi al di fuori delle regole e approfittare di un costo del lavoro molto basso, perchè privo di tutele. Gran parte del cotone coltivato in Cina e India è geneticamnete modificato e le pratiche di coltivazione richiedono grandi consumi di acqua e massiccio utilizzo di pesticidi, riducendo pesantemente i margini di guadagno dei coltivatori locali.

Dal cotone al tessuto. Per dare al denim il classico colore indaco si utilizza prevalentemente un colorante di origine sintetica, da carburanti fossili. La sostanza è tossica per i lavoratori che la devono utilizzare e altamente inquinante per i fiumi i cui residui di lavorazione vengono scaricati. Più di 2.900 galloni di acqua sono utilizzati nell’intero ciclo di un paio di jeans [fonte: Huffpost Rise], mentre migliaia di miglia vengono coperte via nave e via strada per arrivare al negozio vicino casa in cui comprerete un paio di jeans che una volta smessi finiranno in discarica come rifiuto da smaltire.

Quanta roba su cui riflettere in un semplice paio di Jeans, uno dei capi di abbigliamento più amati al mondo, che tutti, ma proprio tutti indossiamo, anche tutti i giorni. Entrando — letteralmente — in un rapporto d’intimità che oggi solo con uno smartphone è ancora più profonda. Storia d’intimità come quella di un designer olandese che ha vissuto per 18 mesi con i suoi jeans, senza lavarli, curandone le ferite, ed entrando in simbiosi con qualcosa che giorno dopo giorno ha preso le forme del suo corpo e degli oggetti che portava in tasca.

Per cambiare le cose in un mercato così tanto compronesso dal punto di vista ambientale e sociale serve un percorso di radicale trasformazione, come quello che sta compiendo Italdenim, azienda fra i primi produttori italiani di denim.

”Committed to Perfection” per Italdenim non è uno slogan pubblicitario, ma la sintesi di una visione. L’azienda, ora guidata da Gigi Caccia, figlio del fondatore, opera nel mercato del denim da più di 40 anni, un mercato molto competitivo nel quale solo il miglioramento continuo e la cura di ogni dettaglio possono garantire i più alti standard di qualità.

Crescere attraverso uno sviluppo sostenibile è ciò che vogliono ottenere, portando innovazione nei processi produttivi e nei prodotti per ridurre drasticamente l’impatto ambientale del loro denim, elevandone gli standard qualitativi, combinando business, tecnologia, Sostenibilità. Per creare prodotti nuovi, più funzionali, più belli e più sostenibili.

Prodotti ispirati ai principi dell’economia circolare che pone l’enfasi sul rapporto tra i flussi e le connessioni, piuttosto che sui singoli componenti: selezione delle materie prime, riduzione degli sprechi, riduzione delle emissioni di CO2, riduzione delle sostanze tossiche utilizzate nei processi produttivi e risparmio delle risorse idriche. I risultati sono stati ottenuti attraverso una strategia di re-design di sistema, che ha portato ad una radicale revisione dei prodotti, dei processi produttivi e del modello di business. Per questa ragione hanno inizialmente investito tantissimo per rendersi autonomi nell’approvvigionamento di energia pulita e grazie ad un avanzato impianto di cogenerazione, il recupero di energia termica ha consentito di ridurre drasticamente le emissioni di CO2 [-6.500.000 di kg a fine 2014]. Fatti concreti, frutto di investimenti importanti e competenze tecnologiche che hanno coinvolto i i principali enti governativi in materia di energia.

La riduzione dell’emissioni di CO2 è solo una parte del problema. L’industria tessile tutta, non solo quella che produce denim, è responsabile della produzione di rifiuti e sostanze nocive che comportano l’utilizzo e lo spreco di grandi quantitativi di acqua. Per questa ragione hanno creato la Divisione Ingegneria Ambientale, responsabile dell’ideazione e della realizzazione dell’impianto di depurazione delle acque reflue dei processi di lavorazione del tessuto.

Ma ancora non basta. Nella produzione dei tessuti la tintura e il finissaggio sono due operazioni fondamentali per definire le performance estetiche e qualitative del prodotto finito, nel denim in particolare. Nel tradizionale processo di preparazione dei filati è necessario inserire un filo sintetico idrosolubile, che deve poi essere eliminato utilizzato grandi quantità di acqua e di energia per riscaldare l’acqua stessa. Il processo richiede inoltre detergenti chimici che hanno un notevole impatto negativo sulla qualità delle acque reflue.

Per questi motivi hanno abbandonato la tecnica tradizionale e adottato per primi un processo innovativo basato sull’utilizzo del Chitosano, messo a punto e brevettato dal Centro Ricerche Canepa Evolution in collaborazione con i laboratori CNR — Ismac.

Il Chitosano è un polimero di origine organica e rinnovabile, ottenuto dalla lavorazione di scarti alimentari [crostacei]. Niente più metalli pesanti e resine acriliche sul cotone da dover poi eliminare con i lavaggi spinti: il Chitosano non ne ha bisogno. In questo modo serve meno acqua, utilizzabile a temperature più basse e nella produzione non si generano liquidi di scarico inquinati. Il risparmio idrico si aggira intorno all’80 % rispetto a un denim standard. Per avere un’idea della quantità di acqua di cui stiamo parlando si tratta di circa 1.200 litri risparmiati per ogni metro di tessuto uscito dai telai. Tessuti che così prodotti acquisiscono proprietà di batteriostaticità, antiacaro e atistatico che ne migliorano l’igenicità durante il loro utilizzo [e quindi si possono lavare con minore frequenza].

Anche il colore indaco per la tintura è creato in sede, per evitare idrosolfiti o conservati dannosi o pericolosi: “Con il brevetto di un ingegnere svizzero, David Crettenand, abbiamo costruito celle elettrochimiche per fabbricare il colore”.

Prima ancora era arriva l’adesione al Detox Commitment. Tutto è iniziato nel 2012 quando Greenpeace, con la campagna The Fashion Duel, ha denunciato la presenza di sostanze altamente tossiche nei prodotti tessili, abiti e accessori. Successivamente nasce Detox, un protocollo che prevede la progressiva eliminazione — entro il 2020 — delle 11 sostanze ritenute pericolose. Italdenim è stata, nel mondo, la prima azienda produttrice di denim a sottoscrivere l’impegno — settembre 2014 — potendo vantare fin da subito, grazie all’impegno già sostenuto negli anni precedenti, l’assenza di ben 10 delle 11 sostanze indicate.

Adesso, la sfida del futuro è il riciclo. “Rilavoriamo gli scarti di produzione, ossia li riportiamo allo stato di fibra da rimettere poi nei macchinari. Non solo. Facciamo parte di una piattaforma che ritira jeans usati dai clienti o gli scarti di magazzino dai brand per rilavorarli. In pratica, i capi si smontano, si riportano a filo e si riparte da zero”. Questo circolo virtuoso si chiama, appunto, Economia Circolare.

Sviluppo i piani strategici e operativi per creare marche capaci di coniugare performance, etica e aggregazione. #benfatto

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